San Giovanni ad Insulam
Questo contenuto e' stato visualizzato 904 volte.
Immerso nella Valle Siciliana, sotto l' imponente catena montuosa del Gran Sasso, sorge uno dei più importanti edifici religiosi dell' architettura romanica abruzzese: San Giovanni ad Insulam, nome derivato dalla vicina località Isola del Gran Sasso d'Italia, ma anche conosciuto come San Giovanni al Mavone, dall'omonimo fiume su cui si trova l'antica chiesa
Poche purtroppo sono le fonti storiche di cui possiamo avvalerci; abbiamo frammenti sparsi senza possibilità di una concreta ricostruzione analitica. L'inizio della sua costruzione dovrebbe risalire intorno al 1150 quando i Benedettini di Montecassino, da tempo insediati su tutto il territorio abruzzese, proposero alle genti una nuova e positiva dimensione della vita sociale spirituale e culturale dopo l' incertezza quotidiana per le precedenti scorribande saracene-normanne e dopo gli apocalittici timori dell'anno Mille. All'insegna di questo rinnovato clima spirituale furono edificate diverse chiese, molte delle quali di pregevole bellezza. San Giovanni ad Insulam apparteneva alla Badia di San Quirico , assieme a Santa Maria di Ronzano., San Giovanni di Casanello, San Salvatore a Fano e San Niccolò di Fano, e la prima notizia della sua esistenza l'abbiamo nel 1183 quando ci fu una lite tra il Vescovo di Penne Odorisio e l'abate di San Quirico Semibaldo per motivi giurisdizionali.
Alla destra della facciata è ubicato il convento di cui oggi sono visibili poche tracce murarie. Un incendio, o un terremoto probabilmente fu la causa della sua distruzione, cancellando con esso gran parte dei documenti dell'intero complesso basilicale. La chiesa invece è in buono stato di conservazione; il lavoro di restauro effettuato dalla Soprintendenza dell' Aquila nel corso degli anni è stato di fattiva validità nonostante ancora oggi San Giovanni ad Insulam abbia bisogno di inevitabili, anche se minimi, interventi.
Quello che si ammira dall' esterno ogni volta che ci si accinge a visitare la chiesa di San Giovanni ad Insulam, è la somma di diverse fasi costruttive. questa semplice ma articolata architettura ha dovuto subire dunque molti interventi e modifiche che purtroppo ne rendono complessa la lettura storico artistica. Originariamente l' edificio rispettava i criteri della struttura tipica benedettina, ossia la pianta rettangolare a tre navate, con quella centrale più elevata rispetto alle due laterali, e un abside semicilindrica. In seguito, come ha ipotizzato Corrieri nella sua "Architettura Sacra nel Medioevo Teramano", nuovi canoni liturgici, che probabilmente prevedevano uno spazio unitario e non frammentato affinchè si favorisse una maggiore unità della comunità dei fedeli costrinsero i monaci a rivedere la globalità della struttura, alzando le navate laterali portandole quasi allo stesso livello della centrale (l'intervento correttivo è visibile benissimo per le differenze di materiali), costituendo così una sorta di capanna, stemperando notevolmente la forte divisione nello spazio tripartito, e risolvendo tecnicamente le precedenti e frequenti infiltrazioni di acqua. Evidentemente questa soluzione lasciò alcune perplessità: se da un lato si erano rispettate le volontà liturgiche, dall'altro problematiche imprecise, forse anche estetiche, sembravano rivolte alla facciata che venne ricostruita intorno al XIII secolo. Così fu scelta la facciata a cortina di provenienza lombarda, perchè, secondo Matthiae, si presentava indipendentemente da ogni altra componente architettonica, una semplice figura lineare che non rendeva visibile la parte retrostante ma nemmeno la negava.
In alto, sulla facciata, è visibile una decorazione ad archetti pensili poggianti su piccole mensole, con l'alternanza di archetti a sesto tondo e a sesto acuto a loro volta interrotti da medaglioni scolpiti. Più in basso, simmetricamente alla parete, è posto l'oculus ornato da motivi floreali; nei due lati due bifore, di influenza umbra o pugliese, le cui colonnine dal capitello a stampella, dividono i due fornici archiacuti. Il portale è a timpano, di stile tipicamente pugliese, il cui arco di scarico è decorato da fiori e foglie a pannocchia, e mostra, al posto dei pilastri, diversi bassorilievi, collocabili nell'XI secolo per l'evoluzione esecutiva e per la maggior naturalezza delle immagini, stilisticamente molto vicini a quelli di San Liberatore a Maiella, composti in modo asimmetrico per entrambi i lati della porta.
In basso si affrontano due leoni, uno su ogni stipite. Sopra il leone di destra, due colombe beccano lo stesso frutto. Proseguendo verso l'alto, un grifo dalle particolarità molto minute è in procinto di scavalcare una foglia. L'ultima figura, più coinvolgente rispetto alle altre, è un drago che sta divorando un serpente. Sopra il leone di sinistra una piccola formella racchiude due fiori a quattro petali e più in alto si staglia una figura alata della lunga coda dalla cui bocca escono lingue di fuoco. Poi ci si imbatte in una leonessa rampante. Lo stipite sinistro si conclude con una coppia di uccelli mostruosi. Ed è proprio in collage scultorei di questo genere che possono essere identificati i travagli e le inquietudini dell'epoca medievale: il terrore per il peccato, per la bestialità dell'uomo che per redimersi doveva rifugiarsi nella preghiera. Sono simbologie di quel linguaggio popolare, che influivano sui comportamenti, sulle coscienze di ogni singolo individuo e in questa ossessiva e drammatica visione si comprende quanto complessa fu la vita religiosa di quei tempi, quanto importante fu il rapporto tra l'uomo e il trascendente.
Anomala è la collocazione del campanile. Sicuramente è posteriore rispetto alla costruzione e la sua presenza forse è dovuta ad un cedimento della parte sinistra della facciata successivamente mascherato con l'inserimento della torre campanaria che in parte ne ha compromesso la bellezza. Sulla parte posteriore della chiesa, decorata sulla cimasa da archetti pensili, domina l'abside semicilindrica che dall'alto forma blocco unico con quella della cripta.
All'interno un incombente gradinata di legno, originariamente di pietra, e un solenne arco di trionfo, dividono fortemente la chiesa in due parti elevando notevolmente quella presbiteriale rispetto al piano d'ingresso perchè obbligata dall'altezza della cripta sottostante. Il tutto è ritmato da dodici arcate che nel corpo inferiore sono sorrette da pilastri e in quello superiore da colonne. Questa severa divisione era in realtà funzionale ai monaci che nelle celebrazioni delle funzioni religiose risiedevano sul piano superiore, ancora sono visibili i resti di un sedile di pietra che correva per tutto il perimetro dell'area liturgica, elevandosi rispetto ai fedeli che partecipavano dal basso. la luce proviene da finestre monofore strombate che ne permettono una controllata diffusione così l'intero ambiente è avvolto da un'incisiva penombra che predispone alla meditazione e alla preghiera. Irregolarmente sono poste immagini scolpite, alcune delle quali da considerare dello stesso gruppo del portale, raffiguranti motivi geometrico-floreali e figure di animali, ossia l'aquila, la testa che addenta il cane, l'animale che rovescia il collo all'indietro, la testa di felino, il drago che divora il serpente, la coppia di equini che si ciba di foglie.
Di pregevole finezza è una composizione, di epoca altomedievale, formata da innumerevoli intrecci simmetrici con al centro una doppia fascia di nodi Salomone.
Dominante è l'altare impreziosito nel 1421 dall'affresco del catino dell'abside retrostante. Quest'ultimo, attribuito ad un allievo di Andrea Delitio, raffigura il Cristo racchiuso in una mandorla tra la Madonna, San Giovanni battista e San Giovannino; esso riporta la seguente epigrafe: XPE...THOMAS...ANNO 14 XXI. Purtroppo l'opera gravemente lesionata è solo un accurato restauro potrebbe riportarla alla sua originaria bellezza.
Tramite due porte laterali seguite da gradini si accede alla cripta. Essa probabilmente risale alla fine dell'XI secolo e la sua porta esterna, ora murata, potrebbe avallare l'ipotesi che essa sia stata la prima basilica. Le navate ripartite sono coperte da volte a crociera con nervature a gettanti dalle lesene poggianti su colonne. In fondo sono posti l'altare e l'abside. San Giovanni ad Insulam, per le preziose particolarità strutturali, per la suggestione dello spazio naturale che ne incrina la semplicità ma la eleva a pura immagine del colloquio con il divino, offre all'osservatore una traccia memoriale di quel rapporto di primitività evangelica che un tempo gli uomini ebbero con Dio: "ecclesia materialis significat ecclesiam spiritualem".

