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Niccolò dell'Isola

creato da Gianluca Di Carlo -Ultima modifica 25/06/2007 09:58

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Uno dei problemi più gravi che la città dell'Aquila dovette affrontare nei primi anni della sua vita fu la necessità di trovare un adeguato numero di cittadini per la sua sopravvivenza; l'accordo che aveva dato vita alla città prevedeva che gli abitanti dei castelli vicini vi si trasferissero in massa. Naturalmente alla nuova situazione si opposero i signori delle rocche che non volevano perdere il loro potere: erano dunque necessarie soluzioni rapide, unitarie e definitive; si sentì perciò il bisogno di un leader che guidi il popolo e prenda le decisioni più delicate.

Questo leader emerge attorno all'anno 1275: Niccolò di Isola del Gran Sasso.

Appena arrivato all'Aquila, Niccolò creò intorno a sé grande popolarità, tanto da esser nominato "Cavalier del popolo". Subito si oppose alle prepotenze dei signori dei castelli e divenne la guida politica della città. Insieme alla sua popolarità crebbe l'invidia nei suoi confronti ed il fastidio dei rappresentanti del re. Niccolò portò avanti il suo progetto politico proponendo la distruzione dei castelli feudali che minacciavano la sopravvivenza della città. La folla credeva ciecamente nella loro guida e la proposta divenne subito realtà: in pochi giorni furono distrutti i castelli di Ocre, Leporanica, Zizzoli, Preturo e Barete. Al ritorno in città Niccolò fu portato in trionfo, anche se il popolo, saggiamente, non dimenticò il loro re.

I feudatari reagirono ed invitarono il re a restaurare l'ordine nella città. Questi, preoccupato dalla situazione inviò all'Aquila il figlio Carlo Martello con l'incarico di giustiziare Niccolò.

Appena la notizia giunse in città tutti consigliarono al loro eroe di fuggire, ma questi si rifiutò, convinto della bontà delle sue idee. Accompagnato da trecento cavalieri e seimila fanti andò incontro all'inviato del re; la reazione di Carlo Martello fu positiva e il suo giudizio cambiò, la valutazione negativa sull'operato di Niccolò erano solo maldicenze, convincendosi della sua lealtà verso la corona. Carlo Martello ritornò dal padre, a Napoli, senza aver eseguito i suoi ordini raccontando come si erano svolti i fatti. Carlo II si indignò rivolgendo pesanti accuse al figlio, definendolo tra l'altro "core de femmenella".

Carlo II allora incaricò di catturare Niccolò il capitano Gentile di Sangro che venne inviato all'Aquila. Anche Gentile di Sangro fallì nel suo compito e cambiò tattica: decise di avvelenare Niccolò. L'operazione riuscì e Niccolò morì tra la disperazione dei suoi concittadini.

Per tre giorni, prima della sepoltura, il corpo di Niccolò fu vegliato dal popolo in lacrime.

La narrazione di Buccio di Ranallo


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