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Ricordi di una montagna che fu

creato da Gianluca Di Carloultima modifica 19/08/2009 11:25

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Douglas William Freshfield Douglas William Freshfield 

Le memorie di Douglas William Freshfield, alpinista inglese che tra il 1875 ed il 1878 visitò il nostro territorio e raccontò in dettaglio le proprie escursioni in interviste ed in racconti. Nell'articolo che segue alcuni brani del suo soggiorno a Casale San Nicola.

Tratto da Wikipedia

Douglas William Freshfield (Londra, 27 aprile 1845 – Forest Row, 9 febbraio 1934) è stato un alpinista inglese.

Non era ancora l'estate del 1875, e la Casa Editrice Longman's di Londra aveva appena posto sul mercato inglese la splendida prima edizione di The Italian Alps, quando Freshfield, in compagnia della fedelissima guida François Devouassoud, si mise di nuovo in viaggio verso l'Italia, e più precisamente verso "le radure e i picchi degli Appennini, così frequenti nelle poesie di Lorenzo de' Medici".

E poiché lo stilato programma prevedeva una decina di giorni negli Appennini di Carrara e di Pistoia, per poi passare sulle montagne di Massa, ritennero opportuno di modificarlo dirigendosi ai versanti più miti e più rigogliosi del Gran Sasso d'Italia, versanti poco conosciuti, ed anche poco apprezzati, dal mondo alpinistico inglese che non, riponeva interesse alcuno in gruppi montuosi di così spoglio rilievo e di così irrilevante frequentazione. Ecco allora il Freshfield, ideatore ormai (e sostenitore) d'un escursionismo popolare - dagli ideali sentimentali ed etici ­ chiudere la parentesi apuana diretto a Lucca e alla piana dell'Aquila con la gioia disincantata di dare dignità scientifica ad ogni suo viaggio:

Avevo pensato di passare qualche tempo in queste montagne, ma, avendo tutta l'Italia dinanzi a noi, non sembrava opportuno di rimanere in una regione ove la primavera era appena principiata. Ci dirigemmo dunque verso il Gran Sasso d'Italia, promettendoci di ritornare un'altra volta nel giugno o nell'ottobre sulla montagna pistoiese. Lasciammo Castelnuovo verso le quattro pomeridiane, e grazie ad un eccellente cavallo e ad un buon vetturino i quaranta chilometri fino a Lucca furono percorsi prima di notte. Non si può descrivere il piacere che prova il viaggiatore, dopo una lunga escursione sui monti, di trovarsi in uno dei barroccini della Toscana, avendo davanti un vivo e leggero cavallo che divora il terreno in un continuo galoppo. Che differenza dal ritorno da Pontresina in un Berg-wagen dell'Engadina.

E con questa serafica disposizione alla letizia egli lasciò intendere quel suo ricuperato alpinismo, ovvero sia quel godimento etnologico di luoghi, di usi, di costumi, di abitudini, di tradizioni che per tutto il secolo diciannovesimo era stato il fiore all'occhiello della vera narrativa turistica. Ad esempio scriveva:

Gli Italiani non hanno la consuetudine d'assegnare nomi completamente inadeguati, e non darebbero l'appellativo di Gran Sasso o di Monte Corno ad una collina informe. Io avevo ben osservato i singolari disegni del signor Edwar Lear nell'Illustrated Excursions in Italy, e sapevo che la montagna offriva diverse immagini a seconda dei punti da cui la si osservava. Inoltre avevo appreso dalle mappe che il Gran Sasso si stendeva, come l'Ortles, lontano dalla principale catena, tanto che la nostra veduta era paragonabile a quella del gigante tirolese da dietro Santa Caterina.

Non era comunque solo di questo che Freshfield s'accontentava. Altre cose egli voleva conoscere.

La Maiella è ricca di eventi storici. Dal suo eremo, la Badia di Santo Spirito, Pier da Morrone fu trascinato con forza al trono papale, il cui abbandono fu aspramente condannato da Dante. Qui giunse anche l'illustre Cola di Rienzo, in fuga dai nobili di Roma, del quale le cronache monastiche non accennano affatto. La capanna di un pastore sulla montagna diede rifugio a Tasso che cercava di sottrarsi dalla persecuzione di Alfonso d'Este.

A Pescara, e precisamente vicino al guado sabbioso del fiume dove il primo dei grandi condottieri, Muzio Attendolo Sforza, morì miseramente, è collegata la principale linea costiera orientale che va da Ancona a Brindisi. Per le successive due ore le rotaie percorrono il lido. I colori del mare e della terra durante questo viaggio costiero erano di una eccezionale intensità".

Giunsero in tal modo alla piccola Valle del Tordino, separata dall'ampio bacino del Vomano da colline con irti versanti. Orbene fu proprio a questo punto che Freshfield, il gigante dell'alpinismo inglese - con la tranquillità che la devota ed esperta presenza di Devouassoud gli dava - elevò e dispiegò il suo superbo canto ad una delle più oscure, o quanto meno sconosciute, contrade montuose d'Italia rivelando tutta la sua disposizione culturale, la sua carica emotiva, l'inverosimile suo coinvolgimento in quella straordinaria appenninica esperienza.

Canto superbo - dicevamo - del quale almeno un paio di capoversi riteniamo doveroso riportare, quanto meno a renderci conto di quale apertura di cuore egli andasse godendo la montagna.

Sopra di noi, troneggiante sulla sommità di una collina, un grigio villaggio ci inviava il festoso suono delle campane che si diffondeva nell'aria calda del mezzogiorno. Una nuova strada che portava al paese era appena stata ultimata. Tale segno di progresso è molto comune in Italia dove l'istinto romano di costruire le strade sembra essersi ravvivato con straordinario vigore sotto il nuovo governo nazionale. Gli Alti Appennini, verdi alla loro base, e marron e bianchi sopra, i gemelli di Civitella del Tronto, e gli speroni settentrionali del Monte Sibilla, si ergevano imponenti contro il cielo. La strada, dopo aver attraversato la prima collina, serpeggiava su e giù per dolci saliscendi dominati dalla doppia cresta del Gran Sasso, fino a quando (a due ore da Teramo) discendeva rapidamente verso Montorio situato sul Vomano. Nei pressi del ponte lasciammo il percorso che conduceva per le montagne a L'Aquila, e la nostra guida imboccò l'apposita strada di campagna che subito, e a lungo, s'inerpicò tortuosamente. Una breve discesa sull'altro lato ci portò a Tossicìa.

Ecco dunque Freshfield - arrivato con il sole al tramonto a Tossicìa - non saper (davanti a quattro povere case) se pernottare in quel piccolo borgo, o proseguire fino a un insediamento chiamato Isola.

John Murray, in uno dei suoi celebri elenchi di mete alpinistiche e di località intermedie, suggeriva di sostare ad Isola. Fortunatamente a Tossicìa un giovane ingegnere, impiegato nella costruzione di strade comunali, indirizzò i due verso Casale di San Nicolò, una borgata sorta quasi all'ombra dell'imponente cima. Ricordò deliziosamente Freshfield:

Questo paese - era situato in una valle sugli argini di un ruscello, e per raggiungerlo noi dovemmo discendere rapidamente ed attraversare il torrente. Dopo mezz'ora di sostenuto cammino attraverso un bel querceto coperto da un roseo manto di ciclamini arrivammo alla nostra meta.
San Nicolò è composto da alcune squallide casette riparate dai boschi e situate sulla riva dell'accennato corso d'acqua nel punto dove esso nasce. La montagna, un precipizio dalla punta acuminata di roccia bianco-giallastra, sovrastante un ampio piedistallo di faggi, balza in alto improvvisamente. I dirupi sono inaccessibili salvo forse un luogo dove le valanghe, precipitate a primavera, giacciono formando un'ampia e lucente striscia tra il verde.
La nostra guida sapeva dove condurci. Pur modesto come abitato, San Nicolò aveva il suo parroco, che si offrì immediatamente di ospitarci per la notte.
La casa parrocchiale era un edificio di due stanze. Accanto al caminetto della stanza d'ingresso erano appesi una chitarra rotta e un fucile carico. Contro la parete una piccola tavola racchiudeva una credenza con alcune tazze e piattini. Sulle mensola alcuni pezzi di grezza terracotta abruzzese. E, a completare il mobilio, due o tre sgabelli. L'altra strada conteneva un ampio letto ed alcune provviste (frutta secca e carne affumicata) che pendevano dalle travi. Era una misera abitazione, e François Devouassoud, con la sua grande esperienza di montagna, definì il parroco come 'le plus pauvre curé' mai incontrato. Egli comunque sembrava contento del proprio destino. Ci riservò un caloroso ed umile saluto. E ci fece gli onori di casa con dignitosa familiarità.

Qualcosa, oltre tutto, che - con due sconosciuti serali in cerca d'un riparo - pensando al fenomeno del brigantaggio abruzzese di quegli anni, aveva dell'incredibile!

Ovviamente la sua ospitalità non ci permise di ricorrere alle nostre provviste. Infatti ci servì della buona minestra, dell'ottimo vino di campagna, e dell'eccellente caffè. In cambio gli offrimmo del the, una bevanda che non aveva mai provato, e di cui si mostrò subito curioso di conoscere il prezzo.
Non aveva un domestico fisso, ma volentieri i suoi parrocchiani, con cui era in ottimi rapporti, gli davano una mano a turno. La sua unica compagnia a casa era un grosso cane che, a dispetto del collare chiodato che lo rendeva un nemico formidabile dei lupi, aveva gli stessi modi cordiali e simpatici del padrone.

Parole di un realismo commovente! E qui, più che del Freshfield alpinista, bisognerebbe parlare del Freshfield letterato, cronista di vaglia, e spirito delicato nei suoi nutrimenti di stagioni, di solitudini, di semplicità incredibili, di povertà incantate, al punto da somigliare nei suoi diari di viaggiatore al candido Lisi, al poetico Linati, al popolano Tombari, all'esemplare Piovene, tutti dediti al sortilegio ascetico del reale.

Fu fatica inutile - riprese il Freshfield - cercare di dissuadere il buon parroco a non cederci il suo letto. Ci augurò la buona notte, dicendoci scherzosamente che la nostra permanenza sotto il suo tetto ci avrebbe risparmiato alcuni degli anni da trascorrere in purgatorio, e si preparò un giaciglio nel salotto.
Io e il mio amico andammo a letto. Il tempo passava lentamente. Assopito solo in parte, la mia mente di solito abbastanza pigra si lasciò andare a fantasiose e fosche storie. Il buon parroco simpatizzava con un traditore che stava radunando una banda di briganti pronti a saltarci addosso. Li sentivo avvicinarsi e riconoscevo il loro capo: era l'uomo che avevo visto mercanteggiare per il fieno. Erano ormai vicini alla porta. Dovevamo batterci con essi o arrendersi.
Mentre una metà della mia mente si interrogava convulsamente sul da farsi, l'altra metà era cosciente del trucco, che il rumore udito cioè era il movimento del bestiame, il cadere delle foglie, lo scorrere del torrente. Questo sogno comunque rese la notte odiosa e mi sentii sollevato quando il sesto o settimo rintocco ci avvertì che era l'una e mezza del mattino e che potevamo iniziare ad alzarci. Lentamente ci apprestammo ad accendere il fuoco ed a preparare il caffè. Ma all'ultimo momento il nostro parroco ci fece ritardare la partenza. Noi avevamo segretamente sperato che lui avesse rinunciato a venire con noi, e mentre gironzolava in pantofole non sembrava affatto covare progetti d'arrampicata. Ma quando fummo pronti per partire, con nostro stupore tirò fuori un paio di scarponi ed iniziò lentamente ad ingrassarli prima di infilarseli. Nel frattempo noi dovemmo aspettare pazientemente; ogni altro atteggiamento sarebbe stato scorretto vista la sua gentilezza e semplicità di cuore.

E fu veramente tenerezza quella che Freshfield e Devouassoud provarono per quell'uomo dal cuore d'oro. Anche perché il pur volenteroso sacerdote - giunti all'ultima sosta (cioè alla chiesetta di San Nicola a Corno, antichissimo eremo camaldolese) - stremato se ne tornò indietro. La penna del grande Inglese però continuò nel racconto di quel particolare giorno con una dolcezza bucolica.

Avendo smarrito il sentiero dovemmo arrampicarci alla meglio tra fitti boschetti, ora facendoci strada in una valle rigogliosa, ora risalendo un ripido versante aggrappati ai rami degli alberi.

Nel biancore dell'alba si potevano intravedere pallide primule che sembravano guardarci dalla scura terra. La luce, sempre più intensa, ci mostrava i tesori che stavamo calpestando. La valle che Sordello fece visitare a Dante durante l'ascesa alla montagna del Purgatorio non poteva vantare un tappeto più ricco ed odoroso. Ai nostri piedi si stendevano letti di violette circondate dal blu intenso della genziana maggiore, qui più piccola che nelle Alpi. Quando raggiungemmo la parte superiore della foresta era pieno giorno. Sotto di noi una festa di forme delicate e di vividi colori: viole di ogni sfumatura, genziane a forma di calice o di stella si mescolavano ad una moltitudine di sconosciuti altri bocciuoli. Alla fine giungemmo in un prato di narcisi, alti ed inclinati verso est, come a salutare il sole nascente.

Stavamo ora aggirando la parte nordorientale della piramide del Gran Sasso, percorrendo il lungo avvallamento che costeggia i suoi fianchi orientali e li divide dall'appuntita dorsale del Corno Piccolo. Ma la parete era ancora lontana e per raggiungerla dovemmo arrampicarci per stretti sentieri tra rocce ancora coperte di neve.
Mentre salivamo, il grigiore ad est lentamente si schiariva e la foschia si striava di luce dorata.
Finalmente una macchiolina rilucente brillò all'orizzonte. Largo e piatto il grande astro emerse dalle acque, simile ad una lunga e fiammeggiante fascia più che ad una sfera. Dopo un po' cambiò completamente forma ed apparve come un cerchio completo. I cuculi erano già svegli da parecchio, ma ora l'intero coro degli uccelli ci dedicava il saluto mattutino.

No, non era neppur pensabile che l'uomo della Presanella, e l'uomo del Caucaso, sapesse trovare il tempo e le parole per descrivere con tale dolce "stil nuovo" un così insospettato "orto della regina".

Il fatto che Freshfield, salendo verso il Gran Sasso, parlasse di neve nel momento stesso in cui descriveva le "pallide primule" e i "letti di violette" nonché il "blu intenso delle genziane" e i "prati di narcisi" sta a confermarci ch'egli e il Devouassoud, disdegnando la valle del Mavone e il passaggio per Forca, e scegliendo di passare per Casale San Nicola, avevano voluto per primi percorrere un itinerario mai tentato da alcuno, con tratti anche esposti alla mitezza dell'adriaco mare, ma con versanti pure ghiacciati, e quindi soggetti ad alpine difficoltà.

Di ciò Freshfield, in una delle sue più puntuali descrizioni ci lasciò quel resoconto che, nella storia del Gran Sasso ben possiamo considerare il più prezioso. Ecco come introduceva il suo "The Gran Sasso d'Italia" per l'Alpine Journal di Londra, dopo averne scalato il crinale nord della prominenza più alta.

Gli Appennini non sono le Alpi, ma il loro scenario ha caratteristiche e bellezze proprie. Le spaziose valli offrono i più romantici paesaggi, e sulle colline querceti e vigneti a terrazza si succedono interrotti qua e là dalle grigie mura e torri di una città medioevale o dal biancore di qualche grande villa semiabbandonata che splende tra gli scuri pinnacoli dei cipressi oranti, raccolti intorno al suo antico splendore. Sotto il cielo ardente nel punto in cui esso dispiega il suo ampio arco verso il lontano orizzonte le montagne si ergono, catena dietro catena, ambrate o purpuree a seconda se spoglie o coperte di alberi con un cerchio di luce d'oro lasciato dall'inverno sulle ampie fronti. Le alte valli, sempre ventose, presentano ad ogni curva, in sempre nuove combinazioni, fattezze strabilianti di scenari collinari meridionali, di ripidi pendii circondati da castagneti, di irregolari picchi ornati di laburni, di radure luminose di ciclamini, soverchiate da ineguali cime ognuna delle quali culminante con un proprio castello o con una borgata fortificata da dove un lungo sentiero, scavato nelle rocce dal quotidiano passaggio di molte generazioni, discende verso il ponte sopra le bianche pietre e le chiare acque blu.

Ebbene tanto fu bella l'ascesa fra mezzo a primaverili sentieri quanto risultò delizioso il ritorno

come su scarpe alate, ad una velocità che lo stesso Mercurio avrebbe invidiato.

Velocità comprensiva d'indugi continui per la raccolta dei fiori più splendidi, e di soste all'ombra degli alberi a volgere lo sguardo (oltre miglia e miglia di colline) al luminoso mare.

Ma la sorpresa più gentile e più gradita fu ancora quella dell'indimenticabile parroco don Matteo d'Arcangelo, il quale non solo attese con trepidazione il Freshfield e il Devouassoud dalla scalata al Gran Sasso, ma provvide a rifocillarli e a farli riposare prima che riprendessero, per Tossicìa, la via del ritorno.

La sua eccessiva ospitalità, rassomigliante a quella di un albergatore orientale, finì per imbarazzarci. Stavamo infatti semplicemente ammirando un grezzo esemplare di vasellame abruzzese - la tipica brocca da cui solo coloro che conoscono il trucco possono bere senza versare goccia alcuna - che già l'uomo voleva infilarla nel nostro sacco di provviste. Alla fine mise il fucile in spalla, chiuse a chiave la porta, e percorse con noi circa un miglio mostrando ancora una volta quella cortesia così commovente nella sua semplicità. Quando ci separammo ci salutò benedicendoci e baciandoci sulle guance come augurio di pace.
A Tossicìa bevvi una tazza di caffè con l'ingegnere che confermò tutto ciò che m'era stato detto sia sulla scomparsa dei briganti sia sulla sicurezza del paese. La sera stessa raggiungemmo Teramo, ed il giorno seguente arrivammo alla stazione di Giulianova.

Quando, una quarantina d'anni dopo, il noto scrittore Adolf Hess propose a Douglas William Freshfield una fondamentale intervista sull'alpinista e sulla psicologia dell'uomo di montagna, colui che tutta l'Inghilterra ormai considerava un mito non ebbe che da pensare al Gran Sasso allorché olimpicamente rispose: "Per me l'attrattiva più grande dell'alpinismo consiste nel panorama, nei vari aspetti della natura presenti allo sguardo dell'alpinista in successione caleidoscopica. Dormire in una capanna, sedere per un paio d'ore sul mezzogiorno sopra la cima di un monte come su di un trono, e poi pranzare sotto un pergolato di vite, ecco il genere d'alpinismo che mi ha sempre affascinato. La varietà del paesaggio è stata sempre per me fonte di piacere naturale e inesauribile, e in nessun luogo si può ottenere una maggiore varietà che sulle montagne".

Quanto a don Matteo d'Arcangelo (1837-1906), parroco per trentasei anni delle due borgate di Fano a Corno e di Casale San Nicola, Freshfield, con The Gran Sasso d'Italia del 1878, gli aveva decisamente eretto un monumento perenne.


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